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La struttura della bottega era generalmente costituita, oltre che dal maestro, da (in ordine ascendente) apprendisti, operai salariati, assistenti e maestri “ospiti”. Poteva infatti accadere che due maestri si associassero temporaneamente per un’occorrenza specifica. La gamma dei prodotti richiesti era molto vasta: dai grandi cicli di affreschi, a imponenti polittici, fino a oggetti d’uso più piccoli e semplici. Spesso le botteghe lavoravano a diverse opere contemporaneamente e solo la precisa ripartizione dei compiti poteva garantire l’efficienza del lavoro.
L’apprendista doveva avere circa quattordici anni e non superare i venticinque; di solito riceveva solo vitto e alloggio. La durata dell’apprendistato variava in genere tra quattro e nove anni: in questo tempo i giovani si dedicavano alla preparazione dei colori e dei supporti per la pittura, ma soprattutto si esercitavano nel disegno, principalmente copiando dai cosiddetti “libri di modelli” che circolavano tra le varie botteghe artistiche. Una volta appresa la tecnica, l’apprendista diventava operaio e quindi aiuto, dedicandosi a compiti via via più complessi, fino alla realizzazione di intere parti di un’opera. I più bravi potevano ereditare la bottega (come Lorenzo di Credi, che ereditò quella di Verrocchio) o aprirne una propria (come Perugino, uscito dalla stessa bottega). Al maestro spettavano l’organizzazione e la definizione dell’opera nel suo complesso unitario, il controllo dell’omogeneità del risultato e la realizzazione delle parti principali (che potevano essere gli scomparti centrali del polittico, le figure dei santi, i volti). In tal senso non si può parlare prima di Michelangelo di un’opera “di mano” di un determinato artista: i lavori sono sempre frutto di più “mani”, mentre unica è l’ideazione, la progettazione e la direzione del lavoro, quindi, per usare un termine moderno, il “marchio di fabbrica”.