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Giorgio Vasari ci dice che Pietro Vannucci si formò nella bottega fiorentina di Andrea del Verrocchio, orafo, scultore e pittore di grandissima fama. Proprio in questa bottega ebbe modo di conoscere ed apprendere i principi dell’arte rinascimentale e di confrontarsi con artisti come Lorenzo di Credi, Leonardo da Vinci, il Ghirlandaio, Filippino Lippi e, soprattutto, Andrea Botticelli, che, pur di poco più grande del Perugino, doveva avere già un ruolo preminente nell’ambito della bottega. Non sappiamo esattamente quando Pietro avesse iniziato l’apprendistato, ma di certo questo doveva essere terminato nel 1472, quando egli risulta iscritto come “dipintore” alla Compagnia di San Luca, congregazione che tutelava gli interessi di coloro che esercitavano l’arte della pittura.
In questi stessi anni Perugino aprì una bottega a Firenze, dove si formarono artisti come Raffaello, Rocco Zoppo e il Bachiacca. Pochi anni più tardi (1501) aprì una seconda bottega a Perugia, sua patria adottiva, dalla quale uscì un’intera generazione di pittori che diffuse ampiamente il suo linguaggio. Alle due botteghe “stabili” vanno inoltre aggiunte le maestranze che egli assumeva sul posto quando era chiamato a realizzare lavori in altre città: questa sua abitudine denota anche la capacità di adattarsi, di volta in volta, ai diversi ambienti artistici e alle diverse committenze. Artista di grande successo e lavoratore instancabile, Vannucci può essere definito un imprenditore dell’epoca: grazie alle sue notevoli doti di organizzatore riuscì a portare a termine diversi lavori contemporaneamente, anche se in tempi a volte molto lunghi.
Agli inizi del Cinquecento, Perugino, sulla scia del proprio successo, inizia a replicare schemi, cartoni e modelli già utilizzati, proprio nel momento in cui agli artisti è richiesta una varietà di invenzioni. Il suo stile viene rapidamente superato da pittori più giovani come lo stesso Raffaello, le sue opere a Firenze e a Roma sono aspramente criticate: emarginato dai grandi centri, Vannucci chiude la bottega fiorentina e ripiega in Umbria, dove l’ambiente provinciale apprezza ancora il suo linguaggio artistico, e dove continuerà a lavorare nella ricerca di un rinnovamento fino al 1523, quando muore colpito dalla peste.