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La base di ogni tecnica pittorica è costituita dai pigmenti, particelle di diversa granulometria caratterizzate da una determinata colorazione.
In base alle modalità di produzione, esistono pigmenti naturali e artificiali: i primi sono il frutto della selezione, depurazione e frantumazione di terre con diversa colorazione; i secondi si ottengono attraverso reazioni chimiche conosciute fin dall’antichità.
I pigmenti si possono classificare in organici ed inorganici in base alla presenza o meno di carbonio. Quelli inorganici, grazie alla loro maggiore stabilità, sono stati largamente utilizzati in pittura, mentre un minor impiego hanno avuto i pigmenti organici che, denominati lacche e dall’origine animale o vegetale, venivano usati per i loro effetti cromatici e di trasparenza.
I pigmenti sono tenuti insieme da una sostanza, o legante, che varia a seconda del tipo di tecnica pittorica: una proteina per la pittura a tempera, il carbonato di calcio per l’affresco, un olio essiccativo per la pittura ad olio.
È interessante notare come relativamente pochi pigmenti siano stati usati in pittura fino al XVIII secolo: il bianco di piombo, il nerofumo, la terra, il blu oltremare, l’azzurrite, il minio, la terra verde, la malachite, il verderame, il giallo di cromo, il vermiglione e il rosso lacca.
In questo contesto Perugino, creatore di una nuova sensibilità cromatica, affida le proprie composizioni a colori chiari e pieni di luce al fine di potenziare gli aspetti idealizzanti e devozionali delle sue opere. Nel pieno della sua attività egli utilizza una brillante tavolozza di colori a forti contrasti, come l’unione dell’arancio con il verde, del giallo con l’azzurro e del rosa ancora con il verde, creando le pieghe dei panneggi con una serie di sfumature cromatiche dalle tonalità più chiare a quelle più scure.