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L’affresco utilizza un muro come supporto e il carbonato di calcio come legante. Utilizzata fin dall’età romana, questa tecnica conosce il suo massimo perfezionamento tra XIII e XIV secolo e, con trasformazioni e varianti di esecuzione, viene adottata fino al XVIII secolo.
Tra le opere del Perugino realizzate con questa tecnica è il ciclo affrescato del Collegio del Cambio, tra le opere più significative dell’artista e più emblematiche della cultura rinascimentale in genere per il complesso progetto iconografico rappresentato.
L’affresco è una pittura “a fresco”, cioè condotta su strati di intonaco ancora umido, ed è più resistente rispetto alle altre tecniche poiché il colore viene fissato sul supporto non per adesione, ma grazie ad un processo chimico di coesione detto carbonatazione.
I colori, di origine inorganica, vengono diluiti in acqua e stesi sull’intonaco fresco, composto da sabbia e calce spenta; durante il lento processo di asciugamento, l’acqua evapora e l’anidride carbonica dell’aria trasforma la calce dell’intonaco in carbonato di calcio. Il risultato finale è che il colore viene inglobato nella superficie muraria a formare una struttura cristallina unica e coerente. Pochi sono i colori utilizzabili, i cui pigmenti sono compatibili con la calce (per esempio il bianco di San Giovanni, la malachite, le ocre naturali e bruciate, la terra verde, il carbone di legna).
Poiché l’assorbimento del colore inizia immediatamente, l’esecuzione richiede velocità e abilità tecnica ed ogni fase della lavorazione deve essere prestabilita.
Al fine di rendere la superficie il più liscia e omogenea possibile venivano stesi almeno tre strati successivi. L’arriccio, più grossolano, su cui ancora umido erano stesi l’intonaco e l’intonachino di consistenza progressivamente più fine.
Sull’arriccio, lasciato appositamente ruvido o inciso da piccoli colpi di martello per favorire l’adesione degli strati seguenti, veniva eseguito il disegno preparatorio detto sinopia. Esso, chiamato così perché realizzato con terra rossa della città di Sinope sul Mar Nero, serviva a fissare gli aspetti principali della composizione man mano che la superficie veniva ricoperta dagli strati finali di intonaco applicati a giornate. La giornata corrispondeva alla porzione di intonaco stesa, e quindi di pittura eseguita, nell’arco di un giorno lavorativo; bagnato l’arriccio, venivano applicati i successivi strati di intonaco e intonachino, di consistenza molto più fine, e si procedeva a dipingere.
Nel Quattrocento, quando la rappresentazione prospettica richiedeva una precisa organizzazione dello spazio pittorico senza improvvise correzioni, il disegno preparatorio veniva trasposto sull’intonaco in diversi modi. Tra i principali, la battitura di filo era utilizzata per ottenere gli impianti ortogonali della composizione, facendo battere sull’intonaco fresco una cordicella intrisa nel colore e tenuta sospesa tra due chiodi infissi nel muro. Lo spolvero, invece, prevedeva la realizzazione su carta resistente del disegno, i cui contorni venivano ripassati con piccoli fori regolari. Appoggiata la carta all’intonaco, si tamponava con un sacchetto intriso di colore lungo i contorni forati lasciando sul muro una traccia equivalente. Lo spolvero permetteva di riutilizzare il foglio più volte e ripeterlo simmetricamente in forma inversa. Altra tecnica che consentiva il riutilizzo e che si andò affermando verso la fine del Quattrocento era l’incisione da cartone: su questo veniva realizzato il disegno in scala naturale, poi ricalcato sull’intonaco ripassando i contorni con uno strumento acuminato.
Le finiture, cioè i particolari dell’opera, venivano infine realizzati a secco, cioè una volta asciugato il muro con colori a tempera.
La pittura a tempera come l’affresco richiedevano un processo di esecuzione complesso e articolato che era sostanzialmente un lavoro di équipe del maestro con i suoi collaboratori organizzato all’interno della bottega. Questo era anche il luogo del lungo apprendistato a cui erano sottoposti i giovani aspiranti pittori. Il percorso formativo, che iniziava nell’adolescenza e durava più di dieci anni, permetteva di acquisire le conoscenze tecniche necessarie attraverso un graduale coinvolgimento nelle attività di bottega.
In una prima fase l’apprendista era destinato alla preparazione dei supporti, dei leganti e dei colori, e in seguito all’esercizio del disegno; solo dopo questa lunga pratica iniziava a dipingere, occupandosi delle parti marginali e secondarie dell’opera.
Il Perugino, dopo un primo apprendistato nella città di Perugia, completò la propria formazione a Firenze nella bottega di Andrea del Verrocchio, orafo, scultore e pittore, presso cui operarono ai loro esordi artisti come Leonardo da Vinci e Sandro Botticelli.